Arte
La millenaria storia del tatuaggio in Italia

Una mostra a Bologna ricorda come gli italiani si tatuino dal 3000 a.C., passando per l’Antica Roma, i marinai adriatici nel Medioevo e le prostitute torinesi nell’800…

Da dove arrivano i tatuaggi? Dalle isole del Pacifico, sicuramente, portati in Europa da Cook nel XVIII secolo. Dagli Stati Uniti degli anni ’60 e della rivoluzione culturale, certamente. Eppure i tatuaggi non sono mai “arrivati”, perché in Europa, e in particolare in Italia, ci sono sempre stati. Basti pensare che Ötzi, la mummia del Similaun, un uomo morto 3000 anni prima di Cristo, ne aveva sul suo corpo ben 61. Si pensa per scopi terapeutici o comunque magici.

E poi via via lungo il corso dei secoli, la pratica del tattoo non ha mai abbandonato la Penisola. I soldati romani si tatuavano per essere riconosciuti se morivano in battaglia, i marinai adriatici del XV secolo si tatuavano per differenziarsi dai saraceni, le prostitute d’alto bordo torinesi, nel XIX secolo, lo facevano per distinguersi da quelle di strada. Poi arrivò Lombroso e propose un’equazione che ebbe successo: tattoo uguale inselvatichimento dell’uomo, dunque delinquenza. E da lì è iniziato il declino di quest’arte in Italia.

Per conoscere tutta la storia del tatuaggio italiano basterà andare a Bologna dal 29 marzo al 30 aprile, presso il Museo civico medievale, e ammirare Stigmata, una mostra rara e interessante, necessaria per riscoprire un ambito culturale spesso disprezzato e oggetto, appunto, di “stigmi” sociali. Per prendere coscienza che ciò che arriva da fuori esiste già al di dentro, e che gli uomini, dopotutto, da qualunque luogo provengano, hanno sempre una radice comune.

Federico Flamminio
31/3/2017